7) Fichte. Dio e il Verbo: il cristianesimo giovanneo .

Dedichiamo una lettura all'elemento centrale della svolta
fichtiana dopo la polemica sull'ateismo. Dapprima Fichte afferma
che il filosofo pu accordarsi solo con l'evangelista Giovanni,
perch  l'unico che fornisca una "dottrina della religione"
(mentre i miracoli non dimostrano nulla), poi passa ad analizzare
il Prologo del Vangelo giovanneo ed i rapporti fra cristianesimo e
filosofia.
J. G. Fichte, Introduzione alla vita beata, Lezione sesta.

In principio era il Verbo, la Parola, il Logos nel testo
originale; che si sarebbe potuto tradurre anche la Ragione, o,
secondo il termine con cui nel libro della Sapienza  designato
quasi lo stesso concetto, la Sapienza; ma che, a nostro avviso, 
tradotto nel modo pi pertinente con l'espressione Verbo, Parola,
che si ritrova anche nella primissima traduzione latina, senza
dubbio per ispirazione di una traduzione degli allievi di
Giovanni. Ora, che cos', secondo l'intenzione dell'autore, questo
Logos o Verbo? Badiamo a non sottilizzare sull'espressione, ma
consideriamo piuttosto senza partito preso che cosa Giovanni dice
di questo Verbo o Parola (i predicati attribuiti al soggetto, in
particolare se attribuiti esclusivamente a questo soggetto,
sogliono pur determinare il soggetto stesso). Era in principio,
egli dice; era presso Dio; Dio stesso lo era; era in principio
presso Dio. Si pu forse esprimere con maggior chiarezza la stessa
cosa che noi prima abbiamo espresso nel modo seguente? Dato che
oltre all'essere intimo ed in s nascosto di Dio, che noi possiamo
pensare, egli inoltre, esiste, il che noi possiamo cogliere solo
di fatto, possiamo dire ch'egli esiste necessariamente in virt
della sua essenza intima ed assoluta, e la sua esistenza, che solo
noi distinguiamo dal suo essere, in s ed in lui non ne 
separata; bens quest'esistenza  originariamente, prima di ogni
tempo e senza ogni tempo, presso l'essere, inseparabile
dall'essere, ed essa stessa l'essere: il Verbo in principio, il
Verbo presso Dio, il Verbo in principio presso Dio, Dio stesso il
Verbo e il Verbo stesso Dio. Si poteva addurre in modo pi
incisivo ed evidente il motivo di questa affermazione: in Dio e da
Dio nulla diventa, nulla sorge; in lui  eternamente soltanto l'
, e ci che deve esistere dev'essere originariamente presso di
lui, e dev'essere lui stesso? Via quel fantasma di un divenire da
Dio di ci che non  in lui, e che non era eterno e necessario; di
un'emanazione in cui egli non  presente ma abbandona la propria
opera; di un distacco e separazione da lui che ci getta nel vuoto
nulla, e fa di lui un nostro superiore arbitrario ed ostile.
Ora, questo essere presso Dio, quest'esistenza _ secondo la nostra
espressione _  inoltre caratterizzata come Logos o Verbo. Come si
potrebbe esprimere in modo pi chiaro che  appunto la rivelazione
di Dio, la sua manifestazione di per s chiara e comprensibile,
ch' la sua espressione spirituale, ossia, per esprimerci con le
nostre parole, ch' appunto l'esistenza immediata di Dio che 
necessariamente coscienza, coscienza in parte di s stessa, in
parte di Dio; del che abbiamo fornito la rigorosa dimostrazione.
Una volta che questo  chiaro, non sussiste allora pi la menoma
oscurit nell'affermazione del versetto 3, che tutte le cose sono
state fatte dallo stesso Verbo, e senza di esso nulla  stato
fatto di ci che  stato fatto eccetera, e questa proposizione 
del tutto sinonima di quella enunciata da noi, che il mondo e
tutte le cose esistono esclusivamente nel concetto, nel Verbo di
Giovanni, e come concepite e consapute, come l'autoespressione di
Dio; e che il concetto o il Verbo  l'unico creatore del mondo in
generale, e, mediante le divisioni sussistenti nella sua essenza,
il creatore delle molteplici ed infinite cose nel mondo.
Insomma, questi tre versetti io, nel mio linguaggio, li esprimerei
nel modo seguente. Altrettanto originaria che l'intimo essere di
Dio  la sua esistenza e questa  inseparabile da quello, ed 
essa stessa affatto identica a quello; e quest'esistenza divina 
nella sua propria materia necessariamente sapere; e soltanto in
questo sapere un mondo, e tutte le che si trovano nel mondo, sono
diventate reali.
Altrettanto chiari si fanno ora i due versetti successivi. In
essa, in questa immediata esistenza divina, era la vita, il
fondamento pi profondo di ogni esistenza vivente, sostanziale, ma
eternamente celata allo sguardo; e questa vita divenne, nell'uomo
reale, luce, riflessione cosciente; e quest'una ed eterna luce
originaria continu a risplendere eternamente nelle tenebre dei
gradi inferiori ed oscuri della vita spirituale, li sostenne
inosservata, li conserv nell'esistenza senza che le tenebre la
comprendessero [_].
E cos dunque io ricordo a questo riguardo: 1. Certamente la
visione dell'assoluta unit dell'esistenza umana con la divinit 
la pi profonda conoscenza che l'uomo possa conseguire. Prima di
Ges non si  verificata in nessun luogo, e dal suo tempo fino ad
oggi si potrebbe dire che, almeno nella conoscenza profana, essa 
di nuovo andata perduta, come se fosse stata estirpata. Ges per
l'ha manifestamente avuta, come ci parr indiscutibile non appena
l'avremo noi stessi, foss'anche soltanto nel vangelo di Giovanni.
Ora, come giunse Ges a questa visione? Che qualcuno, una volta
che la verit  gi stata scoperta, la ritrovi, non  un gran
prodigio; ma come vi sia giunto il primo, separato in virt del
possesso esclusivo di questa visione da millenni prima di lui e da
millenni dopo di lui, questo  un miracolo straordinario. E cos 
dunque di fatto vero quanto afferma la prima parte del dogma
cristiano, che Ges di Nazareth  _ in modo particolarmente
distinto e specialissimo, non proprio a nessun individuo fuori che
a lui _ il figlio unigenito e primogenito di Dio; e che tutti i
tempi, per poco che siano capaci di comprenderlo, dovranno
riconoscerlo per tale. 2. Bench sia vero che ciascuno pu
ritrovare questa dottrina in ogni scritto dei suoi discepoli, e
riconoscerla per s stesso e per propria convinzione come vera;
bench, come noi inoltre affermiamo, sia vero che il filosofo _
per quanto sa _ trova le stesse verit del tutto indipendentemente
dal cristianesimo, e le domina con un colpo d'occhio, scoprendovi
una coerenza ed una universale chiarezza, assenti almeno dalla
tradizione che il cristianesimo ce ne ha tramandato; resta
tuttavia eternamente vero che noi, con tutta la nostra epoca, e
con tutte le nostre ricerche filosofiche, poggiamo sul terreno del
cristianesimo, e siamo nati da esso; che questo cristianesimo 
intervenuto nei modi pi diversi in tutta la nostra formazione, e
che in complesso noi non saremmo assolutamente nulla di ci che
siamo, se questo possente principio non ci avesse preceduti nel
tempo. Noi non possiamo sopprimere nessuna parte di noi che sia
ereditata dagli avvenimenti precedenti; e nessuna persona sensata
si metter a indagare che cosa ci sarebbe se non ci fosse quello
che c'. E cos anche la seconda parte del dogma cristiano, che
tutti coloro che dopo Ges sono giunti all'unione con Dio vi sono
pervenuti soltanto per suo tramite e per sua mediazione, resta
parimenti incontestabilmente vera. E si conferma cos in tutti i
modi che fino alla fine dei giorni tutti gli uomini sensati si
inchineranno profondamente di fronte a questo Ges di Nazareth, e
che tutti, quanto pi saranno solo s stessi, tanto pi umilmente
riconosceranno lo straordinario splendore di questa grande
apparizione_.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1971, volume
diciassettesimo, pagine 1068-1071.
